martedì 24 giugno 2014

Santa Margherita, Villa Durazzo

Nella Splendida cornice di Villa Durazzo... "Musical... e dintorni".
Consiglio la visita alla Villa, da cui si gode un panorama rasserenante su una delle perle della Riviera di Levante.


lunedì 23 giugno 2014

Assegnare voti

Assegnare voti alti, stra-meritati ai nostri Bambini Speciali e a quelli che, con impegno, tenacia, fatica, perché partiti da situazioni svantaggiate, hanno compiuto enormi progressi, è per me una Gioia immensa! 
Apprendere non significa soltanto imparare nozioni, ma saper utilizzare le proprie Conoscenze acquisite, trasformandole in Competenze. Apprendere significa anche sviluppare abilità sociali, emotive e di gestione dei conflitti. L'obiettivo prioritario di ogni Progetto Educativo è raggiungere e mantenere un rapporto sereno con il contesto scolastico. Il Progetto di Vita di ciascun bambino non può prevedere soltanto obiettivi didattici, ma anche culturali, emotivi e sociali.
 

In Via del Campo nascono i Fiori


“Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo

Ieri, in Piazza Banchi, alla presentazione del suo libro "In Via del Campo nascono i Fiori", ho avuto l'Onore di conoscere Rossella Bianchi. Il Mondo dei transgender, al pari di qualsiasi altro Mondo dell'Umano, mi affascina molto.
"L’affermazione dell’uguaglianza e del pari valore non nega le reali diversità delle persone, ma non le usa come discriminanti o per giustificare la riduzione di diritti e opportunità". (Dario Ianes)
Rispetto della Diversità, di qualsiasi Diversità, intesa come Arricchimento e non in accezione negativa. Promulgare Leggi non è sufficiente. Occorre un radicale cambiamento nel modo di pensare, una "rivoluzione culturale". Fin da piccoli, è necessario apprendere il Rispetto, di se stessi e degli altri. Occorre l'Educazione alla Comprensione, che NON è pietà, ma prendere con (sè). Anche se è difficile accettare la "diversità", in una società che vuole ad ogni costo "normalizzare", questo articolo può fornire spunti importanti su cui riflettere. Da Insegnante, continuo a ripetere che Diversità è Arricchimento, ma posso comprendere quanto sia duro per un genitore accettare che il proprio figlio sia "diverso". Personalmente, credo che la Normalità non esista e che l'Omologazione sia molto pericolosa. Ciò che mi inquieta non è affatto la Diversità, quanto l'ottusità, la ristrettezza mentale di troppi "normali".








31 maggio 2014

Avvicinamento di Mondi, Apertura Mentale e Integrazione

Oggi, nell’ora di pranzo, mi sono inoltrata nella zona del Ghetto di Genova, percorrendo i “caruggi” che si snodano, partendo da porta dei Vacca, attorno a via del Campo, a Via Prè, i luoghi che tanto amava De Andrè, i luoghi dove vivono e lavorano nei loro “bassi” i transessuali, le Princese, che tanto amava don Andrea Gallo, presidente onorario dell’associazione “Princesa”.
Il mio intento principale era quello di definire il menù per la mia cena di compleanno. Nella Locanda degli Adorno, ho finalmente visitato la mostra fotografica "Get into the Ghetto" del fotografo francese Hervé Raynaud , mostra di cui consiglio la visita.
Uno dei camerieri, squisitamente gentile, mi ha raccontato com’era il vicolo degli Adorno prima della recente apertura del locale, dell’ammasso di materassi che ostruivano il vicolo, in cui si annidavano colonie di topi, di come è stato ripulito il vicolo, della riqualificazione doverosa che è stata fatta, dei pericoli della sera, dell’aiuto fornito dalle prostitute transessuali, con la loro presenza costante, nel contrasto al fenomeno della microcriminalità. Ieri sera, in seguito ad un incendio doloso appiccato a dei cassonetti della spazzatura, sono dovuti intervenire prontamente i camerieri per spegnere le fiamme, con improvvisate secchiate d’acqua. Dopo questi racconti di vita quotidiana, Fabrizio mi ha consigliato di farmi un giretto tra quei stretti e affascinanti vicoli, per cercare alcune edicole votive e altri altorilievi e bassorilievi storici, chiedendo ai transessuali agli angoli o seduti al sole, davanti ai loro “bassi”. Così ho fatto! Monica mi ha indicato l’altorilievo “Pax huic domui”, che si trova di fronte alla casa in cui il 22 giugno 1805 nacque Giuseppe Mazzini. Percorrendo a ritroso vico degli Adorno, sono stata riconosciuta da Mela, a cui tempo fa avevo chiesto indicazioni per trovare la Locanda degli Adorno. Mela , statuaria transessuale dai modi gentili, stava conversando con Ulla, famoso transessuale di Genova, la quale mi ha invitato ad entrare nel suo “basso”. Io ho chiesto se l’edicola sopra il “basso” di Ulla avesse una qualche importanza storica e Ulla mi ha risposto che è dell’800. Con estrema naturalezza, mi ha chiesto se fossi in grado di utilizzare il PC e se fossi una giornalista. La mia risposta è stata che non sono una giornalista, anche se amo osservare, scrivere e scattare fotografie, e che sono un’insegnante. Ho brevemente spiegato loro il perché della mia presenza e, una volta entrata nel “basso”, ordinato, pulito, ricco di fotografie, quadri erotici e oggetti di svariato tipo, ho fatto ciò che mi era stato richiesto, ho scansionato il PC, nonostante la connessione sia davvero lenta. Mentre aspettavamo che le operazioni del PC si ultimassero, abbiamo piacevolmente conversato. Io, giovane donna eterosessuale, insegnante, borghese, mi sono ritrovata a porre domande e a rispondere a due Princese. Esperienza, da parte mia, molto arricchente ed intensa. Nel frattempo, si sono avvicinati alcuni potenziali clienti, individui disagiati e non, che, vedendomi, e indicandomi, hanno chiesto la mia parcella! Le transessuali li hanno prontamente allontanati, dicendo loro, in modo brusco e molto incisivo, che io non lavoro lì. Oggi ho imparato molto da Mela e da Ulla e le ringrazio pubblicamente per aver sprecato due ore del loro tempo lavorativo a discorrere con me di svariati argomenti, della loro e della mia vita, del loro lavoro di prostitute, del mio lavoro d’insegnante, della loro sofferenza, dell’importanza di don Gallo, del matrimonio di Ulla con Maurizio, del modo in cui la società le considera, del ruolo del sindaco Marco Doria e delle precedenti amministrazioni comunali.
Sono onorata di essere stata invitata da Ulla, per il prossimo 18 luglio, all’inaugurazione della piazzetta senza nome, conosciuta come “piazza Princesa”, dedicata alle attività della comunità trans del ghetto, proprio nel cuore del ghetto di Prè, che sarà intitolata al nostro Amato, Indimenticabile e Insostituibile don Andrea Gallo. Sicuramente sarò presente!!!!!!!! L’Integrazione è uno dei pilastri della mia Vita, altrimenti non potrei degnamente svolgere il mio lavoro d’Insegnante di Sostegno, impegnata, da anni, con passione, con determinazione, nell’Integrazione quotidiana dei miei Bambini Speciali.


20 giugno 2014


Storia di una ladra di libri

"Una persona vale quanto la sua parola"
"Le parole sono vita"
In una Germania nazista, in cui imperversa la guerra, in cui miseria, violenza, malvagità, paura, angoscia sono palpabili, una ragazzina trova rifugio per sé e per gli altri nei libri. Nonostante la propaganda e la scuola cerchino di ottundere le menti, resistono i sentimenti, resiste l'Umanità e la Solidarietà. Voce narrante, la Morte... che strappa alla vita Buoni e Malvagi. La Salvezza è nella Cultura, allora e oggi. Non dimentichiamolo MAI!

Sofia

Per Sofia la filosofia era terribilmente eccitante perché riusciva a seguire tutto con la propria testa, senza essere costretta a ricordare quello che aveva imparato a scuola. Giunse così alla conclusione che in realtà la filosofia non è qualcosa che si può imparare: si poteva invece imparare a pensare filosoficamente.

(Il mondo di Sofia, Jostein Gaarder)



Gigi Ghirotti. La mia esperienza presso l'hospice di Genova Bolzaneto

La mia esperienza di tirocinio, svolta presso l’Hospice di Bolzaneto dell’Associazione Gigi Ghirotti, è stata per me molto positiva, arricchente e formativa.
Non dimenticherò mai il giorno in cui sono entrata, per la prima volta, in Hospice, quando arrivai al quarto piano della Residenza di Bolzaneto, il 9 maggio scorso.
L’accoglienza che ho ricevuto fin dal primo momento da una volontaria lì presente mi ha subito fatto sentire ben accetta; ricordo che questa volontaria mi venne incontro, mi guardò e dopo esserci presentate, mi disse che mi stavano aspettando.
Il suo sorriso, i suoi modi garbati fecero svanire i miei timori; erano bastate poche parole, perché io non fossi più spaesata.
Entrando in Hospice, io varcavo la soglia di un mondo per me totalmente nuovo ed è per questo che il mio cuore batteva forte e la mia insicurezza, anche se celata, si faceva sentire.
 Non ho minimamente faticato ad inserirmi; giorno per giorno, ho avuto attenzioni e supporto sia da parte dei volontari, con cui ho collaborato, sia da parte di tutta l’equipe medica.
Una delle psicologhe dell’Associazione, ogni tanto mi chiedeva come procedesse il mio lavoro di tirocinante; a lei ho confidato i miei timori iniziali e la forza che, via via, andavo acquisendo; tale forza nasceva proprio instaurando relazioni emotive con i pazienti e i familiari.
Avevo cercato di immaginarmi l’ambiente, leggendo i notiziari redatti dall’Associazione e soprattutto dai racconti ascoltati presso la Sede Amministrativa di Corso Europa dell’Associazione, quando partecipai alla prima riunione, presieduta dal Prof. Henriquet, con i medici e gli infermieri dell’Associazione.
Quella che mi ero immaginata era una realtà diversa da quella effettiva.
Non avendo alcuna esperienza in questo settore, mi aspettavo un luogo freddo, asettico, un luogo simile a quello dei “nostri” ospedali.
La realtà dell’Hospice è invece totalmente diversa; in Hospice si respira un clima positivo, sereno, caldo, accogliente.
Alle pareti sono appesi tanti bei quadri; c’è una bacheca dove sono affisse fotografie di pazienti e nella sala dove c’è la biblioteca, ci sono tante piante verdi, che trasmettono serenità e speranza.
In fondo al lungo corridoio, che dalla reception porta verso l’ala destra della struttura, vi è una sala stupenda, con un pavimento antico molto ben conservato; in questa sala, vengono, a volte, ospitati concerti.
Ho partecipato un sabato pomeriggio a uno di questi concerti di musica classica; ritengo che il portare della bella e affascinante musica in un luogo come l’Hospice sia un segnale di speranza, di profonda umanità e benevolenza per i degenti; ricordo tante persone, sedute le une accanto alle altre, molte su carrozzine , che ascoltavano rapite la voce del soprano e del contralto; a questo concerto hanno partecipato molti familiari e pazienti anche di altri reparti della Residenza per anziani, che sono ospitati nei piani inferiori della struttura dell’ex Ospedale Pastorino.
L’Hospice è la struttura che ospita i malati terminali oncologici e di AIDS; è una delle stanze dell’Associazione, la “casa” che si prende cura sia molto professionalmente sia molto umanamente di malati terminali, fornendo anche e soprattutto assistenza domiciliare.
 In Hospice ci sono dodici camere, in cui trovano assistenza i malati terminali, che non possono essere curati a casa.
Ogni camera, molto luminosa e spaziosa, è dotata di due letti, uno per il paziente e una poltrona-letto per un familiare, un bagno, un frigorifero e la televisione; non esistono restrizioni per quanto riguarda gli orari delle visite; un familiare, se lo desidera, può fermarsi a dormire, durante la notte,
 nella camera del paziente.
Inoltre, ai pazienti è consentito portare da casa oggetti a loro cari, anche per abbellire o ravvivare la camera.
Ricordo che nella camera di un paziente, vi erano appesi vari quadri dipinti dal paziente stesso;
in molte stanze vi sono fiori, fotografie di parenti, nipotini, amici.
Proprio accanto alla reception, vi è un bagno assistito per i degenti; in fondo al corridoio, ai lati del salone, dove si svolgono i concerti, vi sono varie stanze, adibite a studi  per le riunioni e la Sala del cordoglio, dove vengono ospitati i parenti della persona, una volta che questa è deceduta, nell’attesa che venga preparata e portata nella camera mortuaria.
I parenti possono avere assistenza psicologica e supporto emotivo sia dai volontari presenti, sia dal personale medico che dalla psicologa.
Benché l’Hospice sia un luogo dove la sofferenza è palpabile, mai mi sono sentita sconfortata o abbandonata; ogni persona ha il proprio ruolo, e anch’io ho trovato la mia collocazione; l’equipe, formata da medici, infermieri, operatori socio-sanitari e volontari, si riunisce settimanalmente, per la discussione dei casi.
Per me, è stato di grande aiuto aver avuto la possibilità di prendere parte a tali riunioni, per avere una visione d’insieme del lavoro svolto in Hospice e per conoscere approfonditamente i pazienti e i loro mondi di vita.
La  dottoressa, responsabile dell’Hospice, presenta i casi nuovi all’equipe e tutti insieme discutono delle terapie da intraprendere, delle abilità ancora presenti nel paziente, dei suoi deficit, della sua storia di vita, del suo mondo familiare, di come è stato inserito in Hospice, dell’impatto che la persona ha avuto con la struttura e con il personale sanitario.
In Hospice, la filosofia che regna è diametralmente opposta a quella ospedaliera; innanzitutto, le camere dei pazienti non sono numerate, ma ciascuna ha il nome di un fiore, con l’immagine e il nome scientifico dello stesso (Calle, Primule, Girasoli, Margherite…) e, accanto, vi è il nome della persona, che lì trova rifugio.
Questo è un segnale tangibile che al centro di tutto vi è la persona e non la malattia.
Ho avuto modo di conoscere molti pazienti e familiari, durante i circa quattro mesi trascorsi in Hospice; dalla mia postazione, che era alla reception, ho potuto accogliere molti pazienti, ma soprattutto si rivolgevano a me i familiari, a volte, magari soltanto per scambiare due chiacchiere; il mio lavoro è stato quello di affiancare i volontari.
Ho fornito supporto psicologico e affettivo ai degenti e alle famiglie, con alcune delle quali ho stabilito un rapporto empatico forte; ho cercato di  aiutare i malati nella soddisfazione dei loro bisogni primari: ho dato loro da mangiare, da bere, li ho portati in giro in carrozzina, ma soprattutto li ho ascoltati, stando loro accanto.
Ho imparato molto di più da alcuni volontari, con cui ho collaborato assiduamente, che dalle letture sull’assistenza ai malati terminali.
Nei primi giorni trascorsi in Hospice, ero restia ad entrare nelle camere, poiché mi assalivano dubbi sul “Che dire”, “Cosa fare”; poi, un volontario, mi ha spiegato come era strutturato l’Hospice e mi ha accompagnato ai letti dei vari pazienti, mi ha introdotto in questa realtà per me totalmente nuova e molto interessante, mi ha accompagnato gradualmente verso una realtà per me molto forte emotivamente, ma altrettanto arricchente.
Dopo essermi presentata al malato e ai parenti eventualmente presenti, il dialogo nasceva molto spontaneamente; è stato  più facile di quello che mi sarei aspettata.
Mi sono sempre rivolta a ciascun paziente con un sorriso radioso; ho cercato di alleviare la loro sofferenza, con la mia spensieratezza di giovane donna.
Per uno dei pazienti, con cui è difficile instaurare la comunicazione verbale, in quanto G. ha difficoltà ad esprimersi, ma comprende quello che gli viene detto, ho preparato un foglio con delle icone, che rappresentano oggetti concreti o concetti astratti; ho scaricato da Internet delle figure, che rappresentano il caffè , l’acqua, il desiderio di mangiare, quello di uscire, aprire o chiudere la finestra, ecc.
Ricordo la gioia che trapelava dallo sguardo di G., quando gli portai questo foglio; a volte, quello che per noi persone sane, può apparire come una banalità, per una persona in stato avanzato di malattia, è invece molto importante anche perché è il segno che si è ancora importanti per gli altri, che si è nei pensieri degli altri, che non si è lasciati soli.
In un’occasione, sono stata accanto a una famiglia, nel momento particolare del distacco dal proprio congiunto; ho accompagnato uno dei familiari, che avevo conosciuto solo il giorno prima, ma con cui avevo cominciato a tessere un legame, all’interno della camera mortuaria, un luogo appena al di fuori della struttura dell’Hospice, che per l’ultima volta ospita la persona che lì è stata ricoverata.
Di alcuni pazienti, che ormai ci hanno lasciato, ho un ricordo intenso, che mai morirà.
Ho dovuto, mio malgrado, imparare a non affezionarmi troppo a queste persone, perché l’Hospice è un luogo dove le persone escono spesso, se non sempre, con le “gambe in avanti”, come disse una volontaria.
Non è facile mantenere il distacco, perché il rapporto che si instaura, l’empatia verso queste persone bisognose di tutto, ma soprattutto di amore è molto intenso.
Ho partecipato a varie riunioni, svoltesi in Hospice, assieme ai volontari, ai familiari, all’intera equipe, tenute da una psicoterapeuta molto competente; con lei abbiamo fatto esercizi di rilassamento e discusso di eventuali problematiche, dei nostri bisogni, desideri, aspettative.
Vorrei sottolineare che ciò che colpisce, entrando in Hospice, è che ciascun paziente è IL PAZIENTE, ossia una persona unica, irripetibile, con la sua storia; al di là della comunanza della malattia, ciascuno è una persona, non un numero tra i tanti.
Poter svolgere il mio tirocinio presso l’Hospice mi ha permesso di imparare a non empatizzare troppo, a mantenere il giusto distacco, per non essere risucchiata nel vortice impetuoso dei sentimenti e per essere, così, in grado di offrire il mio aiuto agli altri.
Potrebbe sembrare incredibile, soprattutto per chi non ha dimestichezza con questo luogo, ma, benché l’Hospice sia, purtroppo, per la maggioranza dei pazienti, un luogo di “sola andata”, mi è apparso come un’isola felice, dove la sofferenza non riesce ad avere la meglio sulla dignità delle persone e sui sentimenti positivi.
Il motto dell’Associazione, che molto mi ha fatto riflettere, è “CURARE ANCHE QUANDO NON SI PUO’ GUARIRE”; trovo che sia una frase incisiva e ricca di immenso significato, proprio perché è molto lontana dall’ideale performante, che permea la nostra attuale società occidentale.
 Il senso di tale frase è che ciascuno dona senso a sé stesso e agli altri, in qualunque momento della propria esistenza, anche quando si approssima al termine del proprio viaggio terreno o anche quando non è nel pieno delle sue capacità fisiche e psichiche.
In questi casi, con questi malati, l’accanimento terapeutico non può che essere dannoso; ciò che occorre loro è il contatto umano, se possibile il dialogo, la comunicazione che, anche se non verbale, può comunque essere arricchente ed efficace; ho imparato da queste persone, spesso divorate dalla malattia, da questi terribili e inarrestabili tumori, che la vicinanza, anche a volte silenziosa è ciò che conta.
L’abbandono, la solitudine renderebbero gli ultimi momenti della vita di queste persone invivibili; le cure palliative, che vengono loro prestate in Hospice, sono un antidoto fondamentale contro la disperazione.
 Delle cure palliative non fanno solo parte trattamenti terapeutici, la cosiddetta terapia del dolore; esse non equivalgono a una mera somministrazione di morfina, ma sono un complesso di cure, attenzioni rivolte a questa particolare categoria di malati, tenuto conto anche degli aspetti psicologici e spirituali; sono un prendersi cura della persona nella sua totalità.
 Il controllo del dolore è fondamentale; l’obiettivo delle cure palliative è il raggiungimento della migliore qualità di vita possibile per i malati e per le loro famiglie.
Durante il mio tirocinio, mi sono sforzata di diventare coraggiosa, di varcare la soglia di quelle camere “floreali” e ho imparato a stare vicina, senza timori, a queste persone, ad ascoltarle, ad ascoltare le loro storie di vita, i loro desideri, non sempre chiaramente intelligibili.
In un mondo in cui tutti ci parliamo addosso, e abbiamo normalmente questa “forma mentis”, non è facile imparare a stare in attento ascolto e silenzio; la mia esperienza di tirocinante mi ha donato anche questo.
Ogni persona che lì ho conosciuto, sia giovane sia meno giovane, è come un fiore, che pur avendo cominciato a perdere i propri petali, mantiene ancora la propria identità e unicità umana; ciascuno è prezioso, perché irrepetibile.
 Molte volte, ho provato tristezza, quando, entrando in Hospice, ho visto una certa porta chiusa, una stanza ormai vuota; lì, fino al giorno prima, vi aveva trovato rifugio G., o A., o M.; quella persona non era più tra noi, ma il ricordo in chi l’ha conosciuta, anche se per poco, come me, ma in un frangente così delicato della vita, non svanirà; ho provato anche dolore, rabbia, frustrazione per la mia impotenza, per non aver detto o fatto qualcosa per quella persona il giorno prima o l’ultima volta in cui c’eravamo incontrati; aver rimandato a un dopo certe azioni che avrei potuto compiere prima, mi ha amareggiato, perché la persona in questione non ha potuto aspettarmi.
Ho un ricordo molto vivido di una paziente, che avrebbe compiuto gli anni il 24 giugno, solo quattro giorni prima rispetto al mio compleanno; avevo pensato di portarle un regalo, una pianta di belle rose rosse; quando arrivai in Hospice, il giorno dopo il suo compleanno, vidi la porta della camera di G. chiusa; chiesi, allora, a un volontario dove fosse G.; sapevo che il desiderio di G. era di andare a casa per il suo compleanno; lui mi disse che se ne era andata ; io intuii che non era solo andata a casa , ma che ormai ci aveva lasciati.
Ricordo che provai rabbia, per non averle potuto dare il mio regalo o almeno, il mio ultimo saluto.
Il tirocinio ha significato per me un’occasione importante di mettere in pratica i miei studi, la psicologia e la pedagogia affrontate nei tanti esami sostenuti; è stata l’occasione di rendere concretamente significativa la tanta teoria studiata, durante i miei anni universitari.
 Ho capito che parlare, a volte, non serve, ma che un ascolto attento, uno sguardo rivolto verso l’Altro è un fattore fondamentale di comprensione reciproca, sia che l’Altro sia o no un malato.
La mia esperienza di tirocinante mi ha quasi fatto diventare una volontaria; in molti hanno ritenuto che io lo fossi (familiari, pazienti, volontari, infermieri) ; il supporto che ho dato ai volontari spero sia stato di aiuto, perché fare questo tirocinio presso l’Hospice non è stata una scelta casuale o un obbligo burocratico, o solo perché avrebbe rappresentato un aggancio alla mia tesi; ho voluto mettermi in gioco, per capire se in futuro io possa diventare un buon educatore.

Genova, 31 agosto 2005
Ludovica Bavastro





















Paolo Borsellino

Il Giudice Paolo Borsellino ha lasciato a tutti noi una Grande Eredità... 
"La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".
Ogni volta che penso a Paolo Borsellino e rivedo queste terrificanti e crude immagini, mi ritrovo con le lacrime agli occhi... A Paolo Borsellino penso spesso, da quell'ormai lontano 19 luglio 1992... Ero un'adolescente e stavo per iniziare il Ginnasio. Al Liceo, uno dei miei desideri era quello di diventare Giudice, pronta a partire per la Sicilia... Poi, negli anni, cambiai idea e scelsi di diventare Insegnante. Credo sia inutile e melenso ricordare Borsellino SOLTANTO il 19 luglio... Penso che ognuno di noi, qualsiasi ruolo ricopra nella nostra Società, possa fare molto, nella stessa direzione che ostinatamente seguirono Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino... tre Giudici Seri, Professionali e Umani, del pool antimafia di Palermo. Per la Società, per noi tutti, loro hanno fatto tanto... Cerchiamo di esserne degni eredi! Le parole e le parate, altrimenti, servono a ben poco; anzi, col tempo, diventano anacronistiche e svuotate di significato... Occorre una "rivoluzione culturale e sociale" che investa, non soltanto la Sicilia, ma l'Italia intera.

Il significato del 25 Aprile

Non è sufficiente commemorare e ringraziare, a distanza di settant'anni, ricordando col cuore e con la mente le Donne e gli Uomini, anche giovanissimi, che permisero di liberare l'Italia dall'orrore del Nazifascismo. Occorre sì ricordare il sacrificio delle loro Vite, il loro coraggio, ma anche ascoltare chi visse il dramma del Ventennio Nero e le successive lotte per la Liberazione; occorre far ascoltare ai bambini e ai ragazzi di oggi queste storie, questi racconti di vita e tramandare gli ideali che animarono lo spirito di quelle Donne e di quegli Uomini. Non mi riferisco soltanto ai Partigiani e alle "staffette" che lottarono duramente e strenuamente, ma anche a tutti i Civili che li aiutarono e li sostennero concretamente.
Credo che la Scuola possa essere un Luogo Sociale e Culturale importante, in cui discutere di tali argomenti. Durante il Nazismo e il Fascismo, come è evidente anche nel recente film “Storia di una ladra di libri”, la Scuola era, insieme alla stampa, mezzo di propaganda di regime; oggi, la Scuola DEVE essere mezzo di Conoscenza Critica. Democrazia, Libertà, Consapevolezza di Diritti e Doveri, Conoscenza della nostra Carta Costituzionale sono, a mio parere, pilastri per l’Educazione e per la Formazione di ciascuno di noi, che si reputi Cittadino.
Sono fiera dei miei trisnonni, dei miei bisnonni e dei miei nonni materni Antifascisti che aiutarono, con enorme coraggio e grande forza morale, tanti Partigiani - nascondendoli - che avevano trovato rifugio sulle colline prospicienti casa mia. Sono altresì fiera dei miei antenati paterni Antifascisti che pagarono cara, sul lavoro e nella loro vita privata, la scelta di non aderire al Partito Fascista. Uno zio di mio padre fu duramente bastonato all'uscita della fabbrica dove lavorava, perché non aveva accettato di prendere la Tessera Fascista.
Grazie ai racconti di mia nonna materna, che ho avuto il dono di conoscere e che per me è stata la mia seconda Mamma, so, o meglio posso immaginare, cosa significa vivere durante la guerra, sotto le bombe, accanto a SS, a Fascisti...

Nonna, non dimenticherò MAI i tuoi racconti e, anzi, cercherò di trasmetterli ai figli che avrò e ai miei alunni di oggi e di domani. Se sono diventata la donna che tutti oggi conoscono, lo devo anche alla mia Famiglia.

Eugenio Montale

Eugenio Montale, genovese, uno dei miei Poeti preferiti, che iniziai ad Amare al Liceo... non soltanto per la musicalità e l'incisività dei suoi versi, ma anche per le sue scelte di Vita... Antifascista, sottoscrisse, nel  1925, il Manifesto antifascista di Croce. Dopo aver trovato un impiego a Firenze, da Bemporad, passò alla direzione del “Gabinetto Vieusseux”, fino al licenziamento, per aver rifiutato la tessera fascista. Ricevette tre lauree “honoris causa”, fu nominato senatore a vita nel 1967 per i meriti in campo letterario e divenne Premio Nobel per la Letteratura, nel 1975.

"I limoni", poesia della raccolta "Ossi di seppia", è Sublime...

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni

le trombe d'oro della solarità.

Don Andrea Gallo... non avrei potuto non esserci...

Dolore, commozione, ma anche entusiasmo, condivisione, musica, canti partigiani... La molteplicità dell'Esistenza Umana stamattina, a Genova, si è stretta, ciascuno con il proprio Essere e con la propria personale sfaccettatura, intorno a don Gallo... un uomo per cui DIGNITA', COERENZA, LIBERTA'... non erano vuote parole. Ho voluto ascoltare attentamente tutti gli interventi... Non tollero chi giudica, chi contesta a priori... anzi, trovo ridicolo chi lo fa. La retorica, certo, ha avuto la sua parte, unita anche a vacuità ed ipocrisia... le parole del vescovo Bagnasco stridevano... ma non dimentico chi e cosa Bagnasco incarna... e non dimentico, da atea, che don Gallo era un sacerdote cattolico, un salesiano che ha vissuto, con le sue numerose lotte, il messaggio della Chiesa originaria, con i fatti, costruendo una comunità importante, la Comunità di San Benedetto al Porto. Il sindaco Marco Doria ha usato parole di circostanza, strappando applausi solo quando ha citato frasi di don Gallo. Ho apprezzato molto l'intervento di don Ciotti e ho trovato Sublime Moni Ovadia... La cultura, l'apertura mentale, la fluidità oratoria, l'irriverenza di Moni Ovadia mi hanno fatto riflettere molto. Il Sapere, l'introspezione, la condivisione, l'incontro sono NECESSARI se vogliamo costruire... Far la parte dei detrattori, di chi si arrocca su un fortino, con la supponenza di detenere la Verità è molto pericoloso e non porta a nulla. La Società Umana è variegata... in essa convivono molteplici anime... che don Gallo accoglieva e includeva. Si può non condividere, ma ascoltare è fondamentale, per comprendere, per comprendersi. Il corteo è stato un momento aggregante... Per poter pensare che sia possibile una Società in cui Giustizia, Libertà, Solidarietà, Rispetto prevalgano, è necessario conoscere, conoscersi, riconoscere e riconoscersi. Il giudizio, il pregiudizio, l'etichettamento sono l'anticamera della chiusura, della dittatura. Non a parole, ma con la Vita quotidiana, ciascuno di noi, con il ruolo che ha, può fare molto per se stesso e per gli altri. E' sufficiente volerlo! Ma le parole non bastano, anche se sono importanti, perché ci permettono di comunicare...

Pasolini ricorda il fratello

"No, Guido, non salire!
Non ricordi più il tuo nome? Ermes, ritorna indietro,
davanti c'è Porzus contro il cielo
ma voltati, e alle tue spalle
vedrai la pianura tiepida di luci
tua madre lieta, i tuoi libri.
Ah Ermes non salire,
spezza i passi che ti portano in alto,
a Musi è la via del ritorno,
a Porzus non c'è che azzurro".

Pier Paolo Pasolini, 1945


E' una delle poesie, che Pier Paolo Pasolini scrisse, per la morte del fratello minore Guido, partigiano, nome di battaglia Ermes, membro delle Brigate Osoppo. Guido, insieme ad altri sedici partigiani, fu ucciso da partigiani comunisti dei GAP friulani delle Brigate Garibaldi. Musi e Porzus sono località del Friuli; a Porzus c'era la sede del comando delle Brigate Osoppo. Il 7 febbraio 1945, Guido fu catturato e trasferito con altri compagni al Bosco Romagno, vicino a Cividale del Friuli, dove fu giustiziato. Nell'immediatezza della morte del fratello, Pier Paolo Pasolini scrisse questa poesia... Ne ho un'altra, a casa, tratta dalle Epigrafi, scritta a un anno di distanza. 

Odissea Operaia. Dagli scioperi alla deportazione

Sestri Ponente, Genova, marzo 1943: nonostante fosse proibito lo sciopero, come sancito dalle “leggi fascistissime” dell’aprile 1926, a Sestri Ponente e a Cornigliano iniziano gli scioperi nelle fabbriche, che continuano, anche se non troppo incisivamente, perché a macchia di leopardo, fino al giugno 1944. Nonostante le pressioni e le minacce del prefetto Basile, dal 1° al 14 giugno 1944, sono in sciopero gli operai delle fabbriche SIAC, San Giorgio, Piaggio, Ansaldo.  Alle ore 14 del 16 giugno 1944, le minacce del prefetto Basile si tramutano in rappresaglia; vengono deportati, su due convogli ferroviari, a Mauthausen 1488 lavoratori delle quattro fabbriche genovesi, circondate dai nazifascisti. Questi uomini, privati della propria Libertà e Dignità, non possono comunicare alle famiglie il luogo della loro destinazione. Giunti a Ronco Scrivia, il parroco del luogo fa fermare, con un escamotage, i convogli e, con l’aiuto di alcune donne, anche giovanissime, porta filoncini di pane ai deportati. Il pane non solo servì a placare i morsi della fame, ma permise ad alcuni dei deportati di liberarsi durante il viaggio, perché nei filoncini di pane vi erano stati nascosti ferri, cacciaviti, attrezzi vari. Alcuni di loro, nel tentativo di fuga, furono uccisi dalle sentinelle armate che presidiavano i treni o morirono nella caduta.
Dovrebbe farci riflettere il fatto che, allora come oggi, gli operai della Piaggio scioperano. Allora lo sciopero era l’unica arma che i lavoratori avevano per opporsi al regime fascista, oggi lo sciopero è l’unica arma per difendere il proprio posto di lavoro e la propria Dignità di Essere Umano.
Camminando in via Sestri, ho notato su quasi tutte le vetrine degli esercizi commerciali volantini di solidarietà a favore degli operai della Piaggio, che, in questi giorni, stanno scioperando.
Senza lavoro, la Persona si annienta. Il lavoro non è essenziale solo per il sostentamento, ma è necessario per avere un’identità e un senso si appartenenza sociale. Senza lavoro l’essere umano è inerme, è manipolato e manipolabile.

Il Lavoro è un Diritto e deve essere difeso! Sempre! 

Educazione alla Comprensione


Credo che in Italia sia necessario un radicale cambiamento nel modo di pensare, una "rivoluzione culturale". Ritengo che il ruolo della Famiglia e della Scuola, come "agenzie educative", sia fondamentale nel veicolare messaggi che rendano i nostri bambini e ragazzi, fin da piccoli, Rispettosi dell'Altro. Fin da piccolissimi è necessario apprendere il Rispetto... di se stessi e degli altri... Occorre l'Educazione alla Comprensione del Diverso, di qualsiasi Diverso, che NON è pietà, ma prendere con (sé). Senza Diversità, la nostra Esistenza sarebbe svuotata di significato. Senza Diversità, vi sarebbe un pericoloso appiattimento, un annichilimento della Persona, che si trasformerebbe in individuo, inteso come piccolo membro insignificante di una massa informe. La deriva della Persona significa annullamento dell'individualità, che ci connota come Esseri Umani, Unici e Irripetibili, Diversi. Diventeremmo dei robot, dei "Balilla", dei burattini manovrabili, privi di Essenza. Rischio da scongiurare nel modo più assoluto! Da insegnante, cerco, ogni giorno, di trasmettere ai miei bambini il senso positivo della Diversità e loro mi dimostrano di Comprendere appieno questo senso, non a parole, ma nei fatti, in classe, con i compagni e con i bambini delle altre classi.

L'uomo dal fiore in bocca

Incomunicabilità e riscoperta della Bellezza della Vita, anche nelle sue minuzie quotidiane.
"Io le dico che ho bisogno d'attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi...anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla".

Margherita Hack

Margherita Hack è un "modello" di Donna a cui io mi sento molto vicina... "Atea convinta, antifascista e comunista, anti-berlusconiana di ferro, sostenitrice del diritto all'eutanasia", cinque caratteristiche che condivido appieno...
Dalla stesura della mia Tesi in Bioetica, dal 2006, attendo notizie in merito al "Living will"...
Così scrivevo… “A mio parere, lo Stato di una società liberal-democratica dovrebbe essere neutrale e consentire a chi non ha una visione cristiano-cattolica di praticare un atto che riterrebbe opportuno per sé; la situazione auspicabile sarebbe quella della neutralità dello Stato e della presenza delle Direttive Anticipate, il testamento biologico che io credo indispensabile per poter decidere con coscienza della propria salute.
La vita biografica (consapevole) è preferita rispetto alla vita biologica.
Il diritto di morire non implica un dovere da parte del medico; esiste l’obiezione di coscienza; il medico è autonomo e agisce in libertà.
In questo modo, viene raggiunto un equilibrio, poiché il medico non è costretto a fare nulla contro la propria coscienza”.

Noi mortali, proprio per definizione, abbiamo questa peculiarità... Da atea, non posso aggrapparmi alla speranza di rivederla in un qualsivoglia aldilà, ma Vivrà sempre in me e spero in tanti... Ha lasciato un segno con il suo Lavoro e con la sua Persona... Straordinaria Mente...
"La spiritualità, per uno come me che non crede a Dio, all’anima, all’aldilà, sta nella capacità di amare e comprendere gli altri − uomini e animali − “di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te." Margherita Hack
I critici improvvisati possiedono tale capacità di Com-prensione? A leggere certi commenti, pare di no... 
[Criticare a prescindere, tutto e tutti... a quale scopo?]
Posso comprendere che non si condivida il pensiero di Margherita Hack, ma vorrei tanto sapere che cosa attua di così rilevante chi la critica...  Quanti astrofisici tra i critici? Quanti con incarichi in università quali Berkeley, Princeton, Parigi? Quanti Direttori di un Osservatorio astronomico? 
Non dimentichiamo che la Hack nacque nel 1922, si laureò nel 1945, epoca in cui per le donne non era scontato, nè abituale poter accedere agli studi, tantopiù a quelli universitari...
Io, pur dichiarandomi atea, vengo definita da alcuni miei amici, "cristiana". Quando studiavo Sociologia, ho cominciato a riflettere bene sul significato della Religione come sovrastruttura, non solo riferendomi a Marx. Io penso che la Religione, anzi le Religioni, siano state create dall'uomo, per trovare spiegazioni a fenomeni imperscrutabili, per dare un senso al proprio esistere, per incutere timore, per nutrire una speranza. Questo è il mio pensiero laico.


Legge Basaglia

Trent'anni fa... la legge Basaglia. L. 180/78 e la chiusura dei manicomi...
Gli attuali reparti di Psichiatria non sono affatto riabilitativi... A quando un effettivo cambiamento??? La chiusura, l'isolamento, le sbarre, gli psicofarmaci, la solitudine, l'inazione... come possono essere strumenti di Cura??? Mangiare, fumare, dormire, vagare inebetiti sono l'effetto del Prendersi Cura? Non credo proprio...

"Squallidi processi quotidiani con giudizi sommari 
in cui sei condannato a un'esistenza formale 
d'andamento normale costipato in un ruolo 
a cui nessuno si candida... 
Pasti a base di EN e di TAVOR per capirci qualcosa 
l'ignoranza fa scena, l'intelletto che scema, 
sto cadendo di schiena o è solo una posa?"

Leggere Lolita a Teheran

Consiglio la lettura "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi, dal 1979 Professoressa di Letteratura Inglese all'Università di Teheran, trasferitasi nel 1997 alla Johns Hopkins University di Washington. A causa delle pressioni della Repubblica Islamica sull'insegnamento e sulla vita in generale, la professoressa Naziri decide, nel 1995, di lasciare la cattedra all'Università, ma continua ad insegnare, a casa sua, il giovedì mattina, ad un gruppo di sette giovani studentesse da lei predilette, particolarmente motivate. Da queste lezioni di Letteratura, tenute ad un gruppo così limitato, emergono fatti personali, legati all'Essere Donna nel regime dell’Ayatollah Khomeini.

La Scuola coinvolge tutti


A proposito di Scuola, essendo direttamente coinvolta in quanto insegnante, vorrei capire se qualcuno dei partiti è realmente interessato a incidere concretamente in questo settore.
Penso che nel mio ambito professionale, la scelta debba, drammaticamente, ricadere sul “meno peggio”, considerate le scellerate decisioni prese negli anni dai vari ministri che si sono avvicendati al Ministero dell’Istruzione.
La Scuola Pubblica è uno dei pilastri fondamentali di un Paese! Senza una Scuola Pubblica funzionante e funzionale, senza programmi che prevedano la centralità della Cultura, un Paese muore.

Basta parole!!! Servono fatti, e soprattutto finanziamenti.

La Meglio Gioventù

Un film Stupendo, che vidi nel lontano 2003 e che ho rivisto successivamente. Questa scena, ogni volta che la vedo, mi riempie gli occhi di lacrime... La presenza di Matteo, che accompagna il fratello Nicola e Mirella e il suo distacco... La vita che continua... le speranze per il futuro, senza dimenticare le persone che hanno lasciato una traccia nella nostra esistenza. Commoventi le parole del figlio di Matteo e Mirella, rivolte a Nicola "E' bello fare le cose con le persone che ami". "Penso a te che mi hai sempre detto che Tutto è Bello".
Quando vidi il film al cinema, con una mia amica ci chiedevamo chi fosse meglio tra Matteo e Nicola... Sicuramente Matteo era bellissimo e tormentato, molto sensibile, ma molto debole... Io preferivo Nicola... molto vicino a me... sempre pronto ad aiutare, amante della vita, solare, fiducioso, ottimista, anche se gravato da tanti pesi... Tra i due, Matteo non ce l'ha fatta, mentre Nicola ha vissuto una vita piena, ha amato ed è stato amato. Confermo la mia predilezione per Nicola... per il suo entusiasmo... e per il suo attaccamento alla vita, alle persone ed ai suoi pazienti.
https://www.youtube.com/watch?v=3mMwmv28KNw

JE EST UN AUTRE, Arthur Rimbaud

 “E’ falso dire: Io penso: si dovrebbe dire io sono pensato. – Scusi il gioco di parole. IO è un altro. Tanto peggio per il pezzo di legno che si ritrova violino, e Sprezzo agli incoscienti, che cavillano su ciò che ignorano completamente!”

“Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Per me è evidente: assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo osservo, lo ascolto: lancio una nota sull’archetto: la sinfonia fa il suo sommovimento in profondità, oppure d’un balzo è sulla scena.
Se i vecchi imbecilli non avessero trovato, del “me stesso”, soltanto il significato falso, non avremmo da spazzar via i milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accumulato i prodotti della loro orba intelligenza, e se ne proclamano gli autori!”

In direzione ostinata e contraria... sempre...

GRAZIE don Gallo, per tutto quello che hai saputo donarci... In una società in cui l'apparenza, la forma, la vacuità, la parola svuotata di significato predominano... la Vita di una Persona Autentica quale E' don Gallo è una testimonianza importante per tutti noi, per coloro che credono che un mondo migliore possa e debba esistere... Da laica, ho profondamente stimato don Gallo e continuerò a stimarlo... per la sua filosofia di Vita, che sento molto vicina alla mia, pur ritenendomi atea e anticlericale. La mia stima infinita va all'Uomo Andrea Gallo, - non all'abito che ha degnamente indossato - che, non a parole, ma con fatti concreti, tanto ha speso per Genova... con un'attenzione particolare, ma non pietistica, agli ultimi, ai deboli, agli emarginati nella società e dalla società.

Giovanni Falcone

23 maggio 1992: Strage di Capaci.

In questa nostra barbara, incivile e superficiale società, dove vigono troppi personalismi e infiniti egoismi , dove imperano ignoranza, indifferenza, culto dell'immagine, dove dilagano corruzione, ignavia, apatia, dove sono ancora troppo presenti rabbia, odio e violenza... pensare a Persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mi dà la forza di andare avanti, di credere che un'altra società sia possibile, una società più Giusta, una società più Umana. Non abbiamo bisogno di Eroi, ma di Persone vere, autentiche, non vuoti simulacri, non manichini manovrabili. Io credo che ciascuno di noi possa apportare un enorme contributo, nella vita ordinaria, sia privata, sia professionale. Se perdiamo la speranza, se pensiamo che non si possa modificare la realtà, abbiamo perso fin dall'inizio. Se vogliamo essere Cittadini e non sudditi, dobbiamo impegnarci e Pensare Criticamente. Per ottenere Dignità e Libertà dobbiamo avere il coraggio di non cedere mai a compromessi. Anche se faticoso, l'impegno costante ci permette di Vivere e di non limitarci a sopravvivere. Inutili, insensate e irrisorie le parate o le commemorazioni di esimi magistrati quali Falcone e Borsellino, se nella nostra vita quotidiana non pratichiamo e non trasmettiamo i valori della Democrazia e la Cultura della Legalità. Sarebbe una mancanza di rispetto, sarebbe uno strumentalizzare per propri fini utilitaristici Persone che hanno dato la loro Vita per il bene di noi tutti e verso cui tutti noi abbiamo un grosso debito. Sarebbe, in primis, ingannare e ridicolizzare se stessi.

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